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Lettere al Direttore
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Abbiamo letto con profonda attenzione e con autentico dolore la lettera pubblicata dalla lettrice Giulia Fogazzi in data 20 giugno. Prima di ogni altra considerazione, desideriamo esprimere la nostra vicinanza umana e clinica alla famiglia, che ha accompagnato il proprio caro in un percorso di malattia grave e doloroso. La sofferenza descritta è reale, e nessuna risposta istituzionale può o deve ignorarla. Pur comprendendo pienamente il dolore che anima quella lettera, riteniamo tuttavia doveroso - nei confronti della Signora Fogazzi, dei lettori e dell’intera comunità - fornire alcuni elementi di chiarimento, nel rispetto della riservatezza che dobbiamo al paziente e alla sua famiglia, e nella tutela della dignità professionale dell’équipe che lo ha preso in carico. La nostra Unità Operativa opera all’interno di un Cancer Center riconosciuto a livello europeo, in cui la multidisciplinarietà non è un principio dichiarato ma una pratica quotidiana e strutturata. Questo significa che ogni paziente oncologico - dalla diagnosi alle cure attive, fino alle fasi più avanzate della malattia - viene accompagnato da un’équipe che integra competenze diverse, chiamate a contribuire nel momento in cui ciascuna può offrire il maggior beneficio al paziente. Nel caso in questione, e nei limiti di quanto ci è consentito riferire nel rispetto della riservatezza dovuta, possiamo affermare con chiarezza che tutte le figure specialistiche pertinenti sono state coinvolte nelle diverse fasi del percorso di cura, in coerenza con l’evoluzione della malattia e con le necessità cliniche del paziente in ciascun momento. Quando il quadro oncologico ha raggiunto la sua fase terminale, è stato naturale e doveroso affiancare all’équipe oncologica il servizio di cure palliative, che all’interno del nostro Cancer Center rappresenta un interlocutore clinico fondamentale e non residuale: non un segnale di resa, ma la risposta più appropriata e più umana che la medicina oncologica moderna sappia offrire quando la malattia non lascia più spazio alla terapia attiva. Ogni scelta è stata adottata in modo collegiale, contestualizzata alla fase di malattia e orientata esclusivamente all’interesse e al benessere del paziente. Vi è però un aspetto che non possiamo tacere, e che sentiamo il dovere di portare all’attenzione di chi legge. I medici, gli infermieri e i professionisti che compongono la nostra équipe non sono figure distanti, che applicano protocolli dietro una scrivania. Sono persone che vivono a stretto contatto con i propri pazienti, che ne imparano i nomi, le storie, le paure. Che siedono accanto a loro nelle giornate difficili, che cercano parole quando le parole non bastano, e portano a casa - ogni sera - il peso di accompagnare esseri umani attraverso una delle esperienze più dure che la vita riservi. Quando un percorso di cura si conclude, questo dolore non scompare. Rimane. E ricevere una lettera pubblica che mette in discussione l’etica e la qualità di quel percorso - senza poter rispondere nel merito per rispettare la riservatezza del paziente - è una ferita che si aggiunge a un’altra. Non chiediamo comprensione incondizionata. Chiediamo fiducia nel lavoro di persone che hanno scelto questa professione per vocazione e che ogni giorno la esercitano con cura, responsabilità e umanità. Restiamo disponibili, nelle sedi appropriate, a un confronto diretto con la famiglia Fogazzi, nella speranza che il dialogo possa restituire a tutti - e prima di tutto a loro - una dimensione più piena e più vera di ciò che è accaduto. L’Équipe dell’Unità Operativa di Oncologia Medica ASST Spedali Civili di Brescia Carissimi, che non siate «figure distanti» emerge chiaramente dalle vostre parole solerti, rispettose e appassionate. Comprendiamo altresì il vostro dispiacere, gemello di quello di Giulia e della sua famiglia, che ha scritto confidando - com’è avvenuto - di ricevere risposta. Al netto della sofferenza che simili vicende comportano, è così che si è utili affinché la nostra sia una comunità viva, vigile, partecipe: il Giornale fa da tramite, favorendo quella trasparenza che è a garanzia di tutti, senza la quale mancherebbe l’ingrediente principale di ogni prendersi cura: la fiducia reciproca. Un abbraccio e - al netto del caso specifico - grazie per ciò che ogni giorno fate, compreso il peso di essere messi in discussione.
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