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Mettiamo da parte i proclami politici e per una volta facciamo l’unica cosa che in questa regione si vanta di saper fare: i conti. Un pendolare lombardo medio spende oggi oltre 1.000 euro all’anno solo di pedaggi autostradali. Una tredicesima bruciata, una mensilità intera di stipendio regalata a società concessionarie private per avere il privilegio di andare a produrre. Nel resto del continente, le cifre raccontano un’altra storia di civiltà: in Germania le autostrade sono gratuite, coperte dalla fiscalità generale; in Svizzera bastano 40 franchi all’anno (circa 42 euro) per viaggiare 365 giorni senza barriere; in Austria un anno di rete illimitata costa un centinaio di euro di Vignette; in Lombardia - la terra che si autoproclama locomotiva d’Europa - assistiamo invece a un’estorsione sistematica. Pagare oltre 8 euro per appena 80 chilometri sulla A4 tra Milano e Brescia - perennemente strozzata da cantieri e traffico - è già una follia. Ma il capolavoro della speculazione resta la BreBeMi: quasi 19 euro per 60 chilometri, oltre 30 centesimi al chilometro per percorrere una striscia d’asfalto deserta nella nebbia. Cifre da limousine con autista applicate a una normale utilitaria. A questo salasso si aggiungono le perle dell’ingegneria del sadismo: i mostri di cemento di Milano Est, Terrazzano e Agrate. Imbuti medioevali costruiti per generare paralisi artificiali, costringere migliaia di sventurati a intossicarsi i polmoni a motore acceso e poi pretendere pure il pagamento del dazio per il tempo sottratto alla loro vita. Non appagati, ci hanno propinato la trappola del Free Flow sulla Pedemontana: spacciata per «modernità digitale», è nei fatti un agguato contabile dove, se non ci si districa entro 15 giorni in portali farraginosi per saldare un paio d’euro, si viene sommersi da sanzioni e solleciti da usura. La vera nota tragicomica di questa farsa resta tuttavia il profilo del cittadino servente. L’automobilista lombardo medio sfoggia una grinta feroce per le inefficienze irrilevanti: sbrocca se il treno accumula tre minuti di ritardo, fa battaglie legali per una multa di divieto di sosta, pontifica al bar sul primato morale del Nord. Poi sale sul suo Suv, subisce un prelievo forzoso di 1.000 euro all’anno per restare piantato in colonna, e di fronte alla rapina del Telepass appoggia docile la testa sul volante mormorando la sua solita preghiera: «Eh, l’importante è andare a fatturare». Una sindrome di Stoccolma contabile che non ha eguali al mondo: il pollo spennato che si compiace della qualità dello spiedo. Se la classe politica avesse un minimo di rispetto per chi sostiene questo Paese con le tasse, azzererebbe questa tassa sul lavoro imponendo quattro riforme immediate: nessun rinnovo ai privati: far morire i contratti con le concessionarie alla loro naturale scadenza, riportando l’infrastruttura interamente sotto il controllo pubblico; vignetta annuale unica: introdurre un abbonamento flat da 40-100 euro all’anno per i residenti, eliminando una volta per tutte il conteggio a chilometro per le auto private; demolizione fisica dei caselli: radere al suolo le barriere di Milano Est, Agrate e Terrazzano con il passaggio al rilevamento automatico in corsa, azzerando le code e l’inquinamento da fermo; stangata solo su Tir e vettori merci esteri: tariffare a chilometro unicamente i mezzi pesanti e il traffico merci straniero di attraversamento, gli unici reali responsabili dell’usura dell’asfalto. Finché i cittadini continueranno a scambiare il servilismo verso i gestori con la virtù del lavoro, la politica e le concessionarie continueranno a mungere il pollaio. Se non volete cancellare i caselli, abbiate almeno la compiacenza di rinominarli ufficialmente: stazioni di tassazione per lavoratori rassegnati. Germano Flaim Consulente patrimoniale e Pendolare - Milano Caro Germano, se comodamente seduta sulla poltrona del nostro ufficio la coscienza ch’è in noi fosse tentata di obiettare e alzare con compunzione da retore il ditino, subito il pendolare che da decenni siamo, avanti e indietro per l’intera Lombardia in lungo e in largo, le tirerebbe uno schiaffone da farle passare la voglia di bastian contrario. Esasperazione. È l’unico vocabolo che calza a pennello per descrivere lo stato d’animo delle centinaia di migliaia di automobilisti che ogni giorno si incanalano ad imbuto e si trovano in fila con il passo della lumaca al tramonto. E ha ragione anche nel finale: invece di indispettirci, arrabbiarci, montare sulle furie o ribellarci, ci rassegniamo. Peccato. Perché basterebbe unire le forze sui punti che individua così chiaramente lei per sperare in un cambio di scenario. O forse no. Forse s’è talmente incistata questa spremitura (non solo) di olive, che il sistema italiano non reggerebbe l’urto risultante dal venir meno da una maxi tassazione a tutti gli effetti, mascherata da tariffa, a beneficio dei super ricchi o delle società di capitale che nelle società di autostrade investono.
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