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Lettere al Direttore
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Sono un’infermiera che, purtroppo, si è trovata dalla parte del paziente. Dopo un iter piuttosto lungo, la brutta notizia: ho un tumore all’intestino di non facile gestione operatoria - si tratta di un Gist, una patologia rara. Come fare? Dove andare? Penso che, se si deve annegare, è meglio farlo nel mare che in una pozza d’acqua. Inizio quindi le ricerche: internet, informazioni raccolte qua e là e, grazie a una consulenza all’Istituto Oncologico Europeo, approdo al San Raffaele di Milano. In tempi rapidi, senza alcuna «raccomandazione» e con pochissime spese, perché quasi tutto a carico del Servizio Sanitario Nazionale. L’arrivo nel reparto di Chirurgia Pancreatica, diretto dal professor Falconi, è accompagnato da ansia e timore. Nel pomeriggio andrò sotto i ferri, partendo da una situazione di quasi normalità quotidiana - il tumore era piuttosto asintomatico, a parte una forte anemia - senza sapere come ne uscirò. L’intervento è impegnativo e nel post-operatorio, a causa di una pancreatite insorta come complicanza, soffro moltissimo. Tanto che anche i miei cari si spaventano non poco. Ma poi, già dal terzo giorno, comincio a stare meglio. Non so come andrà il futuro, ma voglio condividere questa esperienza per mandare un messaggio di speranza a chi sta vivendo un momento simile. Nella sanità italiana non va poi così male come spesso si dice e, a differenza di altri Paesi, il paziente viene preso in carico, soprattutto nei casi più complessi. Nel reparto di Chirurgia, e durante la fase pre-operatoria, ho incontrato professionisti esperti, competenti e - cosa non da poco - profondamente umani. A loro va il mio più sincero ringraziamento. Un grazie di cuore anche a tutta la mia famiglia, ai parenti, agli amici e ai colleghi che mi sono stati vicini. La loro presenza e il loro supporto morale sono stati per me un sostegno prezioso nell’affrontare uno dei momenti più difficili della mia vita. Franca Gatta Tavernole S.M. Cara Franca, l’è capitata bella. Uno di quegli schiaffi a mano piena che tolgono il respiro prima ancora di provocare dolore. Diciamo spesso che ci mettiamo nei panni di chi ci scrive. Nel suo caso sarebbe retorica: troppo grosso il macigno per sentirselo sulle spalle a distanza. Soltanto lei può aver voce dove noi metteremmo soltanto bocca. Ci limitiamo dunque a cingerla in un abbraccio ideale e a ringraziarla per la testimonianza positiva riguardo chi l’ha presa in cura. Conforta sapere che quando ci si trova in pericolo reale di vita il Sistema sanitario nazionale svolge una funzione piena. Anche se nel suo caso, sentiamo «a pelle» che sta ricevendo ora il molto che ha donato nell’operare in veste di infermiera.
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