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Lettere al Direttore
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Vi scrivo per raccontare un’esperienza vissuta pochi giorni fa presso un ospedale bresciano, che mi ha lasciato addosso rabbia, amarezza e un profondo senso di impotenza. Sono la moglie di un uomo non più giovane, sottoposto a dialisi e portatore di pacemaker da circa quattro mesi. Una persona fragile, con una situazione clinica delicata, che avrebbe bisogno non soltanto di cure mediche adeguate, ma anche di attenzione, rispetto e umanità. Domenica 4 ottobre, alle ore 7.50, siamo arrivati al Pronto Soccorso a causa di un infarto importante, che ha richiesto un intervento di angioplastica con applicazione di uno stent. Martedì 13 ottobre, nel tardo pomeriggio, mio marito è stato dimesso dal reparto di Cardiologia, nonostante presentasse un forte affanno respiratorio. Ci è stato spiegato che si trattava di una conseguenza del nuovo farmaco e della debolezza del cuore. La mattina seguente, mercoledì 14 ottobre, alle ore 7.30, l’ho accompagnato per la consueta seduta di dialisi. Il nefrologo, constatata l’instabilità della saturazione e la gravità dell’affanno, ha deciso di trattenerlo. Mi è stato persino chiesto se non mi fossi accorta delle sue difficoltà respiratorie, noi familiari lo avevamo già segnalato. Il percorso previsto dalla struttura imponeva, tuttavia, un nuovo passaggio dal Pronto Soccorso, con ripetizione del triage. Dalle ore 13.00 sono stati eseguiti elettrocardiogramma, radiografia e visita cardiologica. Quest’ultima ha evidenziato la presenza di liquido intorno al cuore. Si è quindi deciso di sottoporre mio marito a un’ulteriore seduta di dialisi di due ore. Nel frattempo, le ore passavano. Alle 17.30 era ancora tutto in corso e alle 20.30 mio marito si trovava ancora in Pronto Soccorso, senza aver mangiato praticamente nulla durante l’intera giornata. Aveva ricevuto soltanto quattro fette biscottate e un po’ di tè, procurati grazie alla disponibilità di un’infermiera, che ringrazio. Solo alle 21.30, dopo diverse incertezze, è stato disposto il ricovero presso il Pronto Soccorso. La mattina successiva, giovedì, abbiamo scoperto che la struttura non disponeva dei farmaci salvavita che mio marito assume abitualmente. Ho dovuto portarli io da casa verso le 9.00. Nel pomeriggio è stata effettuata un’altra seduta di dialisi e, intorno alle ore 21.00 di giovedì 15 mio marito è stato dimesso dal Pronto Soccorso. Una volta arrivati a casa, ci siamo accorti di un ulteriore particolare che lascia sconcertati: aveva ancora l’ago a farfalla inserito nel braccio. Desidero precisare che non intendo mettere in discussione l’operato di tutti gli operatori sanitari. Al contrario, ringrazio il nefrologo e gli infermieri che, con professionalità e disponibilità, si sono presi cura di mio marito. Ma proprio perché riconosco il valore del loro lavoro, ritengo necessario denunciare ciò che, a mio avviso, non dovrebbe mai accadere. È accettabile che un uomo dializzato, colpito da un infarto appena otto giorni prima, con gravi difficoltà respiratorie e liquido intorno al cuore, debba trascorrere dalle 7.30 del mattino fino alle 21 quando finalmente hanno deciso di ricoverarlo, ore in attesa, seduto su una sedia, senza assistenza. È accettabile che un paziente fragile debba rimanere per un’intera giornata praticamente a digiuno, che la famiglia debba provvedere autonomamente a procurargli i farmaci salvavita e che, al momento della dimissione, ci si dimentichi persino di rimuovere un ago dal braccio? Dietro ogni paziente c’è una persona, una famiglia e, spesso, un coniuge che vive ore di angoscia senza sapere cosa accadrà al proprio caro. In quei momenti, anche un gesto di attenzione, una spiegazione chiara o la semplice garanzia dei bisogni essenziali possono fare una differenza enorme. Con questa lettera chiedo che si torni a parlare di attenzione alla persona, di assistenza ai pazienti fragili e di responsabilità nella gestione quotidiana delle cure. Una moglie di 71 anni chiede soltanto più attenzione, rispetto e umanità per chi soffre. Lettera firmata Carissima, da esseri umani comprendiamo lo stato d’animo, confessandole in premessa la difficoltà nel rispondere con criterio a lettere come la sua. Da un lato ci è impossibile infatti non esprimere vicinanza a chi sente di non esser stato trattato come merita, dall’altro non vorremmo fare torto alle molte persone che in piena coscienza ogni giorno nei Pronto soccorso lavorano con impegno e sacrificio. Qui sta il punto, lo sforzo che ci è richiesto, altrimenti rispondere alle lettere sarebbe facilissimo: basterebbe dare di volta in volta a chi scrive ragione o torto. Cominciamo dunque dalle basi: quella del Pronto soccorso è una frontiera, in tutti i sensi. Presidiarla nel migliore dei modi deve essere obiettivo comune, pretendendo molto, ma altresì mettendo chi vi opera nelle condizioni di lavorare con serenità, offrendo loro il giusto il riconoscimento. Riuscirci non è semplice (non lo è mai nelle situazioni complesse), ma necessario. Come giornale comprendiamo le ragioni dei cittadini e parimenti quelle degli operatori. Ecco perché vorremmo non limitarci alla pubblicazione delle lettere, ma raccontare sempre meglio l’attività di emergenza e, nel caso, metter tutti attorno a un tavolo e discuterne, a partire dagli stessi operatori, dai dirigenti ospedalieri, dai politici. Non è una promessa, bensì un impegno formale, che prendiamo.
Qualità, contenuti, relazioni, territorio. GdB+ il valore di esserci.
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