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Lettere al Direttore
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Arrivato il momento anche per me: dopo una vita passata a scuola, nella scuola, per la scuola, si deve pensare ad un cambiamento, profondo, radicale. Gli ultimi giorni sono stati emozionanti, tra gli auguri dei colleghi, i saluti dei ragazzi (alcuni visibilmente commossi), la solidarietà di amici e parenti. Da parte di tutti l’augurio di una vita diversa, con belle prospettive di viaggi, tempo libero, e senza la noiosa correzione di verifiche. Ho fatto la domanda di pensione senza esitare, con la certezza che è la scelta giusta data la preoccupante situazione che sta vivendo la scuola. Mai avrei pensato di esserne così delusa e, a volte, nauseata: la scelta di fare l’insegnante è nata ancora da piccola, una scelta in cui ho sempre creduto e alla quale ho dedicato il massimo delle mie forze. In sintesi, il peggioramento del «nostro» lavoro è dovuto a fattori comuni ad altri settori, come la sanità. Innanzitutto, il peso della burocrazia: bisogna motivare tutto, scrivere ampollosi giudizi, fare attenzione a non sbagliare neppure una virgola; costretti a rispettare tempi e tabelle con rigide percentuali, si è persa la libertà di insegnamento, che permetteva di usare fantasia e personalizzare il lavoro in classe. In secondo luogo, la difficoltà ad interessare gli studenti, che non hanno quasi più alcuna curiosità, e ti senti a loro disposizione giusto per avere il voto e la promozione. Infine, la nota dolente, i genitori: pensano di doverti dire cosa fare per i loro «meravigliosi» figli, e spesso, anche di fronte a comportamenti negativi, li difendono ciecamente. Chiudo con due episodi, a mio parere significativi. Troviamo uno studente di quinta a copiare, due volte dal cellulare e una terza da un dettagliatissimo bigliettino: parte tutto l’iter per la sospensione. I genitori, convocati, affermano che l’episodio non è poi tanto grave, nella scuola si è sempre copiato! E l’ultimo, veramente paradossale: uno studente dovrà riparare a fine agosto in una materia, con lieve insufficienza. La famiglia ha chiesto, tramite lettera di un avvocato, l’accesso agli atti per vedere tutte le prove, i verbali... Perché i genitori non sono in grado di capire che studiare ancora un po’ gli permetterà di affrontare con maggiore sicurezza il prossimo anno scolastico e che la preparazione non è ancora adeguata? E vorrei chiedere agli avvocati che si prestano a questi giochini: a che pro? Non è il caso di dire alla famiglia che per una materia non muore? Mestiere o etica professionale? Concludo pensando che non è solo la scuola alla deriva, ma anche una società nella quale fatico veramente a riconoscermi; la pensione mi aiuterà a chiudermi ancora di più in me stessa, ma almeno non passerò i sabati e le domeniche a correggere noiose verifiche! M.D. Carissima, apparteniamo alla categoria di quei genitori che si fidano degli insegnanti e quando incorrono in un’ingiustizia (vera o presunta) l’accettano, convinti che può essere essa stessa trampolino per diventare migliori. Ragion per cui mai siamo entrati in conflitto con i professori, anche con coloro non stimati poiché anteponevano le nozioni al lato umano, la conoscenza di materie alla formazione personale dell’individuo e del gruppo. Premesso questo, comprendiamo la sua fatica, il logorio che evidentemente in tanti anni l’ha prosciugata. Ci viene in mente la frase che diciamo a noi stessi, quando ci indispettiamo e diventiamo insofferenti verso presente e futuro: «Non è più il nostro mondo». La verità però è che siamo noi a rallentare, a sentirci a disagio, fuori posto, mentre quella del mondo è una ruota che gira, con nuove generazioni che la percorrono a loro agio, senza l’attrito urticante che fa alzare bandiera bianca e dire: «Io scendo, buon proseguimento».
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