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Una riflessione sulla felicità, sulla crescita e sul rischio di giudicare un’intera generazione attraverso il comportamento di pochi. «Perché cerco la felicità? Che cos’è davvero questa felicità che desidero? Perché sento il bisogno di cambiare la mia vita per raggiungere qualcosa che nemmeno conosco? E soprattutto, qual è il primo passo?». Sono domande di un adolescente. Domande straordinarie, che meritano di essere ascoltate e prese sul serio. Perché è proprio quando un ragazzo comincia a interrogarsi sul significato della propria esistenza, sui propri desideri e sul proprio futuro che inizia quel meraviglioso e difficile cammino che lo porterà a diventare uomo, a diventare adulto. Diventare grandi non significa semplicemente compiere diciotto anni, trovare un lavoro o raggiungere l’indipendenza economica. Significa iniziare a chiedersi per che cosa valga la pena vivere. Significa scoprire che non basta desiderare qualcosa per essere felici, che non tutto ciò che attrae realizza, che la libertà non consiste nel fare qualsiasi cosa, ma nell’imparare a scegliere ciò che rende bella e significativa la propria esistenza. Ecco i giovani che incontro. Ragazzi che cercano, che si interrogano, che sbagliano, che desiderano essere amati e che hanno bisogno di adulti capaci di accompagnarli senza pretendere di avere sempre una risposta pronta. Poi arrivano i fatti di Milano di sabato 17 ottobre. Episodi di caos, saccheggi e violenza. Ed ecco migliaia di parole, analisi sociologiche, commenti sul disagio giovanile, sulla crisi educativa, sulla generazione perduta. Ma siamo sicuri di guardare la realtà nelle sue giuste proporzioni? Da sempre le grandi città conoscono momenti di tensione collettiva. Da sempre, in determinate circostanze, l’effetto folla può favorire comportamenti che le singole persone difficilmente metterebbero in atto da sole. Questo non giustifica nulla, naturalmente. Chi distrugge, aggredisce o saccheggia deve rispondere delle proprie azioni. Ma un conto è condannare con fermezza la violenza, un altro è trasformare il comportamento di alcune centinaia di ragazzi in una diagnosi sociologica su milioni di giovani. Anche assumendo una partecipazione complessiva di circa cinquemila persone e alcune centinaia di responsabili delle violenze, staremmo parlando di una realtà numericamente molto circoscritta rispetto alla popolazione di Milano e, ancor più, a quella dell’intera Lombardia. Possiamo davvero utilizzare una minoranza così limitata per descrivere un’intera generazione? Credo che abbiamo bisogno soprattutto di realismo. Non di minimizzare, ma nemmeno di ingigantire. Non di nascondere i problemi, ma di riconoscerne le dimensioni effettive. Sappiamo che consegnare senza adeguata educazione e accompagnamento strumenti tecnologici potentissimi a bambini e preadolescenti comporta rischi importanti. Su questo famiglie, scuole e istituzioni devono assumersi responsabilità concrete. Ma anche qui occorre evitare facili scorciatoie: non possiamo attribuire automaticamente alla tecnologia ogni comportamento violento, né considerare tutti gli adolescenti incapaci di gestire la propria libertà. Ogni giorno migliaia di ragazzi studiano, praticano sport, aiutano in famiglia, fanno volontariato, frequentano gli oratori, si impegnano per gli altri. E soprattutto si pongono domande profonde, come quelle sulla felicità da cui siamo partiti. Di questi ragazzi si parla troppo poco. Non fanno notizia perché non rompono vetrine, non saccheggiano negozi, non provocano scontri. Eppure sono una parte fondamentale della realtà giovanile. Il rischio è che, continuando a raccontare i giovani quasi esclusivamente attraverso i loro comportamenti peggiori, finiamo per non vedere più tutto il bene che esiste. Non abbiamo bisogno di adulti che descrivano continuamente i ragazzi come un problema. Abbiamo bisogno di adulti che li conoscano, li ascoltino, li responsabilizzino e abbiano fiducia nelle loro possibilità. E forse dovremmo tornare proprio a quella prima domanda: «Che cos’è la felicità che sto cercando?». Un adolescente che si pone questa domanda non è semplicemente un ragazzo in crisi. È una persona che sta crescendo, che comincia a prendere sul serio la propria vita. Non lasciamo che il rumore di poche centinaia di ragazzi ci impedisca di ascoltare le domande silenziose di migliaia di altri giovani. Perché è proprio da quelle domande che nasce il futuro. Don Umberto Tagliaferri Caro don Umberto, ha ragione, dei giovani tutti parlano, pochi li fanno parlare. Dovremmo invece cominciare a farlo, da adulti, ciascuno per il proprio ruolo, evitando omertà e silenzio. A questo proposito, ci ha colpito la testimonianza di una quasi diciottenne, all’ultimo anno del liceo. Nella sua classe, abbiamo saputo, diverse sono le posizioni riguardo quanto sta accadendo, parecchie critiche, altre più aperte alla comprensione, mai alla violenza. Nessun insegnante ha però chiesto loro cosa pensassero, ne hanno discusso in proprio. A dimostrazione che la maturità non è questione d’età, bensì di cuore e sguardo.
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