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Lettere al Direttore
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È da oltre un paio di anni che non entro nella Ztl a Brescia, abito in provincia, l’età oltre gli 80 e qualche grave malanno, mi consentono solo periodicamente di accompagnare il figlio con disabilità a visite al Civile di Brescia. L’ultima lunedì 28 settembre all’ambulatorio odontoiatrico, dove tutto funziona bene ed a meraviglia, tranne all’esterno dove i posteggi riservati ai disabili sono pochissimi, nei confronti dei bisogni dell’utenza che vi accede. Al ritorno pensiamo di fare una veloce visita a Librixia. Entriamo in piazza Duomo, forse i posteggi più vicini a piazza Vittoria per i disabili. Noto subito che in tale piazza di fronte al Duomo Vecchio e Cattedrale, solo due posteggi riservati, mentre per i ristoranti e bar ci sono 150-200 posti a sedere ai tavolini. Attraversiamo con varie difficoltà la strada e le due traversali, con varie barriere sui marciapiedi. L’attraente zona mercato, alle carrozzine non permette di andare in piazza Vittoria. In corso Zanardelli, gli attraversamenti per giungere sul marciapiede di destra, non hanno scivoli. I due o tre centimetri per salire sul marciapiede, sono un ostacolo per la carrozzina del disabile insormontabile. Per entrare in piazza Vittoria, occorre scendere fino all’intersezione di via X Giornate, qui ci sarebbe un posteggio per disabili, (naturalmente sempre occupato). Finalmente siamo in piazza Vittoria, dove appena sulla destra si presenta ben organizzato e ben protetto al chiuso il vasto padiglione della Fiera del Libro Librixia. Da quel lato l’entrata ha dei gradini, così come dal lato opposto. Solo a metà vi una entrata con scivolo e ben accogliente, ma non segnalata su altre entrate. All’interno, forse perché è solo mezzogiorno del lunedì, non ci sono persone disabili in carrozzina. Ci si domanda, visto l’importanza della manifestazione, lo scivolo non poteva essere posto su entrambe le entrate. Questo per non creare un disagio nell’ulteriore spostamento, magari visto i gradini (e nessuna informazione sull’esistenza dello scivolo) oltre a lamentarsi, forse qualcuno non è andato oltre. Mi scappa da ridere, meglio sarebbe piangere, vedere alcune Amministrazioni comunali dei nostri paesi, impegnate a sistemare le barriere architettoniche, quando una legge chiedeva di eliminarle nel lontano 1989. Qualche esperto di persone con disabilità, sottolinea che la barriera architettonica non può fare riferimento solo a un salto di quota, da superare con una rampa. Ma è anche un guardare ad elementi di varia natura, limitazioni percettive, oltre che fisiche, o particolari conformazioni che possono risultare fonte di affaticamento o di disagio. Tornati a casa, le nostre difficoltà sembrano superate. Il giorno dopo telefono all’Ufficio Brescia Mobilità, per avvisare di essere entrato in Ztl a Brescia. Veramente l’ultima volta mi pare che l’Ufficio fosse quello del Comando dei Vigili. Avviso dell’accaduto, ma una voce femminile molto gentile, mi avvisa che da tempo ormai tali comunicazioni non avvengono più per telefono. Ma devono essere trasmesse con email o WhatsApp, allegando copia del cartellino del disabile, precisando oltre alla targa, la titolarità dell’auto. Una pratica tecnologica che mi richiede una mezz’oretta, forse di più. Era più facile una volta, quando con una telefonata e cinque minuti tutto era risolto. Penso abbia ragione quel regista impegnato nel sociale della disabilità, quando dice: «Una società che obbliga ad usare lo smartphone per accedere ai propri diritti non è moderna, ma ha deciso di liberarsi dei propri padri», ed io aggiungerei anche dei più fragili. Marino Marini Calvisano Caro Marino, altro che campionato «master» d’atletica: è una vera corsa a ostacoli quella a cui è costretto. Ci spiace, le siamo vicini. Non vogliamo però limitarci alla partecipazione emotiva e alla stima per come porta i suoi ottant’anni, per il guerriero che è, d’una guerra ostinata di resistenza civile e urbana per giunta. Vorremmo invece aggiungere una nota di speranza, che prende spunto proprio dalla sua caparbietà, dalla volontà ostinata di non accettare le storture e mancanze che tuttora penalizzano i più fragili. Ciò che serve non sono investimenti milionari né imprese immani, bensì una maggiore attenzione, affinché siano realizzate piccole opere in grado di migliorare grandemente la vita delle persone. Possiamo farcela.
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