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Lettere al Direttore
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Ho investito qualche ora di tempo per leggere e riflettere sul programma politico di Futuro Nazionale, il movimento del Generale Vannacci. Mi è subito apparso sconcertante per i toni e, soprattutto, allarmante per i contenuti evocativi del Ventennio. Non potendo certo commentare l’intero testo, mi sono maggiormente concentrato sulla parte economica che appare vasta e articolata, talvolta confusa, talaltra «rivoluzionaria». A prima lettura, mi pare che il Programma, in maniera un po’ affastellata, se non confusa, tenti di mettere insieme, oggi si direbbe «tragga ispirazione», dalla Carta del Carnaro (la Costituzione di Fiume del 1919), sia nel testo originario di Alceste De Ambris, sindacalista rivoluzionario, socialista, infine capo di gabinetto di D’Annunzio a Fiume, ma anche nella rivisitazione, poco giuridica e assai fantasiosa, fattane dal «Comandante» dei Legionari; utilizza anche la Carta del Lavoro di Bottai e Rocco e, da ultimo, l’Enciclica di Papa Pio XI Quadragesimo Anno. Appartengono all’ispirazione «storica», il salario «adeguato», la centralità della libera iniziativa privata corretta dallo Stato, la «nazione» dei produttori, a cui i futuristi abbinano quella dei proprietari, secondo i modelli francesi precedenti al 1848, la negazione del conflitto di classe sostituito dalla cooperazione. A essi si affiancano temi e questioni di più stretta attualità. La necessità di ridurre il cuneo fiscale Irpef, ampliando la base imponibile, la riduzione del carico fiscale per le famiglie con tanti figli, la creazione di un fondo sovrano per raccogliere il risparmio nazionale e finanziare gli investimenti produttivi, la centralità della contrattazione collettiva, la flat tax per gli autonomi, la moneta fiscale attraverso l’utilizzo dei crediti, la drastica semplificazione della burocrazia tributaria. Vannacci si preoccupa, ovviamente, di dare compiuta risposta alle questioni relative alle coperture delle sue proposte. Il Programma prevede una revisione profonda del Patto di stabilità europeo, magari affidandosi a nuove maggioranze in Ue, la riduzione significativa delle spese per il riarmo (sembra grottesco che un ex generale dell’esercito sposi la causa pacifista), l’acquisto del gas a prezzi più bassi, come in Russia e la possibilità di introdurre dazi. La parte economica del programma di Futuro Nazionale, se letta nel suo insieme, è destinata, a mio parere, ad avere un seguito diffuso in varie fasce della popolazione a cui, credo, non sia opponibile un riformismo moderatamente illuminista, imperniato sul rispetto dei vincoli europei, sulla difesa dei redditi medio-alti, sulla tutela delle grandi banche, delle privatizzazioni, sulla insistenza ossessiva sulla «produttività» a cui destinare miliardi di aiuti per incentivare le imprese, che a loro volta dovrebbero produrre reddito, ovviamente al netto dei profitti sempre più vistosi. Anche l’idea, attualmente perseguita, della frammentazione contrattuale appare di scarso successo. Allora è evidente che il Programma economico di Vannacci appare come una vera e propria spina nel fianco per i riformisti come Renzi, Calenda e Gentiloni e per i finti sovranisti come Meloni, Urso Giorgetti e Crosetto. Ciò ovviamente al netto delle altre considerazioni contenute nel programma (remigrazione, italianità, machismo, ecc.). Una coalizione seriamente progressista, un tempo si sarebbe detto «di sinistra», se vuole battere il suo vero, attuale antagonista, deve (ri)fare propri i temi di un tempo, a partire da quello della riduzione delle diseguaglianze sociali, attraverso meccanismi importanti di miglioramento retributivo, di imposizione nei confronti dei grandi patrimoni, di rinazionalizzazione di taluni settori strategici, di valorizzazione del risparmio collettivo verso grandi realtà interamente pubbliche, a cominciare da una riformata Cassa Depositi e Prestiti. Serve anche un programma ambientale chiaro, fondato sulle energie rinnovabili e che non lasci spazio a tentazioni nucleari. Appare opportuno un chiaro e fermo rifiuto della spesa militare e una rinegoziazione del ruolo dell’Italia all’interno delle Alleanze strategiche, oggi sempre meno necessarie e una ridiscussione di un Patto di stabilità che appare del tutto inappropriato, se non completamente folle. Serve infine un netto rifiuto del capitalismo finanziario e della dipendenza delle pensioni e delle polizze sanitarie italiane dai rendimenti della Borsa degli Stati Uniti. Le prossimi elezioni saranno, finalmente, il terreno di uno scontro tra visioni «ideologiche», nel senso più pieno e corretto del termine, non un’operazione di cosmesi, radicalizzata dall’appello alla difesa costituzionale. La cosmesi radicale è, infatti, solo un ossimoro. Saverio Regasto Ordinario di Diritto Pubblico Comparato Università degli Studi di Brescia Grazie, caro professore, per una riflessione degna d’un editoriale, che teniamo in una delle pagine più seguite, quella delle lettere, poiché permette di trattare «dal basso» un argomento non di nicchia: i programmi elettorali. Nel merito, parecchie sono le lacune e le storture che evidenzia, ma tutto sommato questa è la parte facile. Difficile invece è trovare ciò che del programma di Vannacci c’è di positivo. Perché delle due l’una: o è tutto sbagliato e allora coloro che ne subiscono il fascino viaggiano tutti in contromano (e sarebbe un problema serio) oppure del ragionevole c’è, ma finisce in secondo piano rispetto alla disistima che si ha del personaggio. Da parte nostra crediamo occorra osservare il fenomeno Vannacci con sguardo laico, non prestando il fianco a chi fa del vittimismo un propellente. Un giornale come il nostro ha il diritto e il dovere di sostenere: «Questo per noi è giusto» e «Questo per noi è sbagliato», nella misura in cui si pone con sguardo sereno rispetto a ciascun partito o movimento o singolo politico che accetti di confrontarsi nell’alveo del gioco democratico. E se, nello specifico, è onesto riconoscere che i programmi economici sono il vero tallone di tutti i partiti della destra estrema europea, occorre altresì aggiungere che proporre ricette economiche serie e realizzabili è arduo per ogni coalizione. Per un motivo semplice, ben evidenziato da Marco Revelli nel libro «La democrazia è antiquata», cioè il dominio della finanza rispetto alla politica, definito lucidamente già nel 1998 dall’allora presidente della Banca centrale tedesca Hans Tietmeyer: «Prima dei Parlamenti e delle maggioranze in essi eletti, a decidere è il plebiscito permanente dei mercati». Un dettaglio non da poco, con buona pace di Vannacci, del centrodestra, del centrosinistra e di chiunque abbia l’ambizione di governare e non di esser governato.
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