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Lettere al Direttore
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Ho letto la vostra risposta e pur condividendo il valore ideale di una «comunità coesa», trovo la sua conclusione profondamente sintonizzata con un’amministrazione che elude le proprie responsabilità. Affermare che i Comuni non vanno lasciati soli e che famiglie, parrocchie, volontari e «vicini di casa» devono fare la loro parte di fronte a 29.000 domande in lista d’attesa è una risposta tanto suggestiva quanto inaccettabile. Le famiglie bresciane (e ci metto anche la mia) la loro parte la fanno ogni giorno, fino allo sfinimento fisico ed economico per assistere i propri anziani. Il volontariato ed il vicinato possono offrire calore umano, ma non possono somministrare terapie o gestire patologie degenerative o garantire la sicurezza h 24 di un anziano non autosufficiente. Trasformare questa emergenza in un appello al «buoncuore» significa giustificare lo stato sociale che non risponde ai suoi doveri! I cittadini pagano le tasse comunali ed i vari «balzelli» per non essere lasciati soli e per avere dei servizi professionali validi nel momento del bisogno e non per sentirsi dire che le varie priorità «potrebbero» (usa lei il condizionale) essere gestite insieme! Se il Comune deve essere attore di un contesto più ampio, lo dimostri pianificando: smetta di investire in ascensori turistici inutili ed infrastrutture non urgenti e usi la sua forza politica per recuperare gli stabili dismessi, creando reti di cura pubbliche e strutturate. La solidarietà sociale è un valore immenso, ma non può diventare l’alibi per coprire l’assenza di investimenti pubblici mirati a queste necessità ed avere le priorità capovolte... il mio pensiero sono convinta sia condiviso da tutte quelle famiglie (29.000) che sono in attesa di una «chiamata». Tiziana Prandelli Brescia Cara Tiziana, se le abbiamo dato l’impressione di una risposta «suggestiva, ma inaccettabile» chiediamo scusa. Ci permetta però di evidenziare che lei l’ha ridotta a un osso che al nostro pensiero non somiglia. Proviamo a spiegarci meglio. Nelle situazioni in la cui gravità è tale da richiedere assistenza continuativa è indubbio che l’unica via è quella di investimenti seri e una presa in carico autentica da parte del settore pubblico, che attualmente latita. Più articolato invece è il discorso nei casi in cui la non autosufficienza può essere gestita a domicilio, attraverso l’attivazione di servizi territoriali. In questo caso, oltre all’intervento pubblico, è auspicabile l’attivazione di reti informali e di mutuo aiuto, quali soltanto una comunità coesa e solidale può creare. Per concludere, non volevamo farla facile, bensì aggiungere un elemento di complessità, contestando l’idea politica illusoria per cui Stato o Regione o Comuni possano bastare da sé. Ciò non esime Comuni, Regione e Stato da reperire maggiori risorse economiche, impegnandoli altresì a una promozione dell’assistenza non limitata all’erogazione di servizi e contributi. Niente alibi dunque, semmai un prendersi carico di quelle 29.000 richieste, considerandole una per una e comprendendo insieme qual è il bisogno reale e come fare, sempre insieme, per offrire a quelle famiglie una risposta adeguata.
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