Rugby Calvisano, Gavazzi: «Che emozione il ritorno in prima squadra»

«Diciamo che ritrovarmi ancora una volta in prima squadra, a 42 anni suonati, è stata una sorpresa anche per me», dice Andrea Gavazzi, tornato, domenica, per un giorno, a calcare l’erba della Serie A a dieci anni di distanza dalla sua ultima apparizione con la formazione più titolata del Calvisano.
E per di più, soltanto sei giorni dopo la nascita della figlia più piccola, Federica: «C’era la squalifica di Borbotti, qualche altra assenza – racconta –, io compatibilmente con gli impegni di lavoro (è responsabile del post vendita e di ricerca e sviluppo alla Tiesse Robot, ndr) continuo ad allenarmi con la formazione cadetta, così, quando mi hanno chiesto se ero disponibile per giocare con il Monferrato, non mi sono tirato indietro. Certo è stata una settimana di emozioni forti e... di poco sonno. Ma mia moglie Alice, che ormai mi sopporta da più di vent’anni, non ha fatto storie. Quando sono stressato è lei la prima a dirmi: vatti ad allenare».
Una carriera ultra ventennale, cominciata nel 2003 con qualche apparizione in Coppa Italia, allenatore Gilbert Doucet.
Giocavo ancora in U20 e sognavo di esordire in campionato, ma nella rosa c’erano fior di campioni: Castrogiovanni, Perugini, Bocca, e poi c’era il problema che se i tecnici a inizio stagione inserivano il mio nome nel gruppo della prima squadra, mio padre (il compianto Alfredo, presidente giallonero e poi federale; ndr) diceva: «No, lui deve studiare». E nessuno lo contraddiceva. E così giocavo con la seconda squadra e studiavo. Siamo stati promossi in B, poi in A2 e quando nel 2009 il club ha deciso di ripartire da una categoria inferiore, finalmente è toccato anche a me assaporare il gusto di arrivare in Eccellenza, come si chiamava allora.
E sono arrivati tre titoli italiani. Non è poco, no?
Sì, anche se mi resta il rammarico di non aver giocato nemmeno una finale, non le due del 2012 e neanche quelle del 2014 e 2015. Onestamente ci avrei tenuto molto a entrare in campo almeno in una.
Non se lo meritava?
Diciamo che non ero il più forte fisicamente e neanche il più bravo sul piano tecnico. Però penso di averci messo sempre molto cuore. E mi piacerebbe che chi ha giocato con me mi ricordasse così: uno che dava sempre tutto quello che aveva e non si tirava mai indietro.
Una carriera all’ombra di un nome importante, come è essere figlio del presidente federale?
Qualcuno pensava che fosse un privilegio, invece per superare i pregiudizi io dovevo impegnarmi il doppio degli altri (Confermiamo: quando in tribuna la stampa suggeriva di premiare lei come migliore in campo, arrivava sempre il messaggio: «Sceglietene un altro, Alfredo non vuole»).
Insomma, suo padre è stato più contento quando lei si è laureato in Ingegneria gestionale o quando è diventato campione d’Italia?
Bella domanda: credo in tutti e due i casi: per lui il lavoro e lo studio venivano prima di tutto il resto. Se per una trasferta di coppa si partiva il mercoledì sera diceva: «Va bene, recupererai quello che devi fare in azienda la prossima settimana».
Ricordi particolari?
Tantissimi: dai derby contro la Bassa Bresciana con la seconda squadra, alle partite di Challenge Cup: a Agen, contro Opeti Fonua, un tongano che qualche settimana prima aveva steso Jonny Wilkinson in modo brutale. Ho giocato con gente che ha messo più volte la maglia della Nazionale. Che altro potevo chiedere?.
Si è divertito?
Molto e, anzi, forse prima delle fine della stagione ci scappa ancora una partita in serie C con la Cadetta, mai dire mai.
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
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