Congresso della Lega: Salvini è al bivio, ma senza avversari

Sabato e domenica si vota per il segretario: nessuno si candiderà contro l’attuale capo del movimento
Matteo Salvini - Foto Ansa/Riccardo Antimiani © www.giornaledibrescia.it
Matteo Salvini - Foto Ansa/Riccardo Antimiani © www.giornaledibrescia.it
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Cosa vorrà essere la Lega che sabato e domenica, riunita a congresso, per la terza volta eleggerà come suo segretario Matteo Salvini? Questa è la vera domanda politica da porsi per la ragione che i ripetuti brontolii interni di generali e colonnelli, le voci su possibili congiure o sulle ambizioni dei governatori del Nord scontenti della gestione di Salvini, ancora una volta non daranno luogo ad una vera svolta: a Firenze nessuno si candiderà per contendere al segretario lo scettro di capo del movimento, persino Bossi si è prestato ad agitare un rametto d’ulivo a simboleggiare la pace interna e il potere del segretario e la sua acclamazione per i prossimi quattro anni (non più tre).

Quindi: che Lega vedremo in futuro? Domanda urgente, dal momento che gli anni d’oro del 30 per cento di voti sono lontani, dal Papeete in poi il Carroccio non ha fatto che perdere voti. Inoltre il progetto di «Lega nazionale» non è mai veramente decollato pur provocando lo scolorarsi del carattere nordista e autonomista di quella che fu la «Lega Nord» di Bossi, Roberto Maroni e Gianfranco Miglio. Sono rimaste alcune battaglie identitarie, come quella sugli immigrati, ma i rituali alle sorgenti del Po o sul pratone di Pontida sono stati bruscamente mandati in soffitto. E certo l’elettorato settentrionale, fatto di piccoli e medi imprenditori e ceti medi impoveritisi, devono aver avuto un momento di perplessità quando Salvini ha detto che i dazi di Trump, quelli che stanno silurando una bella fetta del nostro export, sarebbero «una opportunità» per le nostre aziende.

La realtà è che il trumpismo e il sovranismo sono la nuova via che Salvini indica al suo partito che sembra docilmente seguirlo lungo una strada da cui si vede che è Bruxelles il «vero nemico delle nostre aziende con le sue folli imposizioni», altro che i dazi di Trump. E poi che la «guerrafondaia» Ursula von der Leyen e «quel matto» di Emmanuel Macron ci vogliono trascinare a spendere miliardi per armarci contro Putin, quel Putin che è il capo di un partito, Russia Unita, che con la Lega di Salvini siglò un accordo di collaborazione non molti anni or sono.

E a ribadire tutte queste argomentazioni a Firenze al congresso ci sarà Jordan Bardella, il pupillo di Marine Le Pen, insieme ad altri esponenti delle destre europee, e addirittura Salvini sogna di avere Elon Musk ospite d’onore alla Fortezza Da Basso. Tutti a battere sullo stesso tasto: l’Europa è morta, il Green Deal è stata una follia da sotterrare, con Trump dobbiamo trattare ognuno per conto suo e con Putin va tentata la strada del dialogo (ma Putin lo vuole?) e non quella del riarmo.

La seconda domanda politica a questo punto è: quanto a lungo questo movimentismo sovranista di Salvini può reggere di fronte agli obblighi di governo che Giorgia Meloni (che a Firenze non ci sarà, pur essendo andata da Calenda, che sta all’opposizione) faticosamente assolve in una situazione diplomaticamente esplosiva tra le due sponde dell’Atlantico? Si può obiettare: questa volta Salvini non farà cadere il Governo, sarebbe letale soprattutto per lui. Vero, ma talvolta le cose accadono perché precipitano senza che nessuno le abbia veramente pianificate.

Esempio: cosa succederà il giorno in cui il Governo presenterà al Parlamento il piano per aumentare le spese militari secondo i dettami della Commissione europea e di chi in Europa comanda davvero, cioè i tedeschi e i francesi?

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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