Lasciato senza cure Non è mala sanità, bensì mala politica

Lettere al direttore
AA
Il 25 novembre 2023 è stato l’inizio per me di un calvario. La sera prima vado a dormire senza alcun disturbo e al mattino mi sveglio con una mano che non si muove. Penso a una cosa passeggera, ma mentre mi reco al Ps del Civile, il problema si presenta all’altra mano e quando mi accolgono, al mio turno, oramai non ho più la forza di stare in piedi. Mi fanno una Tac alla testa, il mio corpo inizia a bloccarsi, mi ricoverano e mi fanno un prelievo del liquido midollare. La diagnosi è spietata: «sindrome di Guillain-Barré», una malattia rara che colpisce i centri nervosi. Praticamente dopo dodici ore ero completamente paralizzato e muovevo solo gli occhi, tetraplegico. Dopo un breve ricovero in reparto mi portano in Rianimazione perché le mie condizioni peggiorano: polmoniti, blocchi intestinali e difficoltà respiratorie tant’è che vengo tracheotomizzato. Lì ci passo settanta giorni e in un paio di occasioni medici e infermieri straordinari mi salvano la vita, non li finirò mai di ringraziare. Una volta stabilizzato, dal Civile vado al Don Gnocchi di Rovato, in condizioni comunque ancora critiche, respirazione assistita, peg per mangiare e tutta un’altra serie di problemi dovuti alla malattia e comunque tetraplegico. Anche qui medici e infermieri mi accolgono in maniera straordinaria e ci passo 6 mesi facendo riabilitazione respiratoria e motoria. Finiti i 6 mesi la mia condizione respiratoria è molto migliorata, qualche accenno motorio c’è e una volta dimesso torno a casa, dove ho tutti gli ausili del caso. Vengo preso in carico dalla Domus, anche qui tutti veramente straordinari, continuo riabilitazione prima con 30 entrate (casa-Domus-casa) poi con un ricovero di 6 settimane, infine ancora 15 entrate. Sono passati sedici mesi, premetto che il servizio sanitario è stato ottimo e ringrazio veramente tutti quanti mi hanno seguito e assistito, però sono ancora tetraplegico e ho bisogno di assistenza sia a casa che fuori. Ho 60 anni sono sposato ho due figlie e due nipoti e sono andato in pensione dopo 43 anni di fabbrica e pochi mesi prima che tutto questo mi accadesse. Il punto è che adesso la Sanità Lombarda mi dice che se voglio continuare con riabilitazione e quant’altro devo farlo di tasca mia, per me i soldi sono finiti. Ma la politica fino a questo punto è arrivata con i tagli? Che ne sarà di quelli come me o messi peggio e non solo economicamente? Spero che questi pseudo politici facciano un mea culpa e tornino veloci sui loro passi, altrimenti costringeranno figli e nipoti a prendersi carico di persone disabili come noi negli anni che ci restano da vivere e non solo economicamente. Ci ho messo qualche giorno per scrivere questa lettera perché ho un uso delle dita molto limitato e spero di averla scritta in un linguaggio capibile a tutti.
Renato Gazzoli
Brescia
Caro Renato,
il suo è l’incubo delle notti peggiori che si avvera: addormentarsi senza aver nulla, la sera, e al mattino, poco a poco, bloccarsi tutto, una paralisi non soltanto delle membra.
Leggendo la sua lettera ci siamo sentiti così, come in un racconto di Kafka, con la differenza che nel suo caso si tratta della realtà, cruda, viva.
È capitato a lei, potevamo essere noi, ciascuno di noi. Perciò chiunque abbia un cuore non può non provare vicinanza, empatia ed essere preoccupato che a un certo punto si sia lasciati soli, ci si debba arrangiare da sé, che la comunità che dovrebbe fare da assicurazione, sparisca.
No, non è questo il patto sociale che abbiamo idealmente sottoscritto, non per questo paghiamo le tasse - tasse altissime - da una vita.
Ha ragione lei. I politici, coloro che siedono sui banchi della Regione, non possono fare finta di nulla, devono dare una risposta. Guardandola negli occhi però. Dicendo a chi ha lavorato per quarantatré anni in fabbrica che adesso non ha più diritto ad esser curato e deve cavarsela, contando soltanto su di sé e sulla sua famiglia, come avveniva un milione di anni fa, nella giungla. (g. bar.)
Renato Gazzoli
Brescia
Caro Renato,
il suo è l’incubo delle notti peggiori che si avvera: addormentarsi senza aver nulla, la sera, e al mattino, poco a poco, bloccarsi tutto, una paralisi non soltanto delle membra.
Leggendo la sua lettera ci siamo sentiti così, come in un racconto di Kafka, con la differenza che nel suo caso si tratta della realtà, cruda, viva.
È capitato a lei, potevamo essere noi, ciascuno di noi. Perciò chiunque abbia un cuore non può non provare vicinanza, empatia ed essere preoccupato che a un certo punto si sia lasciati soli, ci si debba arrangiare da sé, che la comunità che dovrebbe fare da assicurazione, sparisca.
No, non è questo il patto sociale che abbiamo idealmente sottoscritto, non per questo paghiamo le tasse - tasse altissime - da una vita.
Ha ragione lei. I politici, coloro che siedono sui banchi della Regione, non possono fare finta di nulla, devono dare una risposta. Guardandola negli occhi però. Dicendo a chi ha lavorato per quarantatré anni in fabbrica che adesso non ha più diritto ad esser curato e deve cavarsela, contando soltanto su di sé e sulla sua famiglia, come avveniva un milione di anni fa, nella giungla. (g. bar.)
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