Dazi Usa: automotive e farmaceutica, chi rischia di pagare di più

Parola d’ordine (di Donald Trump): tariffs, ovvero dazi. Come andrà a finire inizieremo a capirlo da oggi, quando saranno introdotti i cosiddetti dazi reciproci (il Fair and reciprocal plan).
Ai dazi sull’auto (25%) che entreranno in vigore giovedì, si affiancheranno anche quelli su alluminio e rame (25%), e sui prodotti farmaceutici: se quelli sulle commodities avranno effetti sul conto economico delle imprese, con possibili conseguenti rischi per i posti di lavoro, i secondi l’avranno invece sui consumatori con una somma di fattori oggi imprevedibile.
Prodotti farmaceutici
L’impatto dei dazi al 25% tra Stati Uniti e altri Paesi potrebbe arrivare infatti a costare 76,6 miliardi di dollari alle aziende farmaceutiche.
Considerando che nel 2024 l’Italia ha esportato in Usa farmaci e vaccini per un valore di oltre 10 miliardi, «nella malaugurata ipotesi di dazi al 25%, si tratterebbe di un costo di oltre 2,5 miliardi; un valore molto importante, che avrebbe un forte impatto sulla nostra filiera produttiva» ha spiegato Marcello Cattani, presidente di Farmindustria, che resta tuttavia fiducioso: «È importante l’opera di convincimento da parte della Commissione europea e del Governo italiano, che molto sta facendo per scongiurare questo scenario, che non farebbe bene a nessuno».
Anche a livello globale l’impatto sarebbe enorme. Secondo l’analisi dell’economista Fabrizio Gianfrate, gli Stati Uniti movimentano infatti farmaci per un valore di 306,4 miliardi di dollari: Come avverrà il ricarico sul prezzo del farmaco e su chi e quanto graverà (servizio sanitario nazionale o consumatori) è ancora presto però per dirlo.
Comparto auto
Quanto all’auto va detto che il valore dell’export dell’automotive bresciano «puro» verso gli Usa è poca cosa: 26 milioni di euro (di cui tre di autoveicoli, 5 di carrozzerie, rimorchi e semi rimorchi e 18 di parti e accessori per autoveicoli e motori) a fronte di un totale di esportazioni complessive Brescia-Stati Uniti del comparto di 1577 milioni.
Numeri piccoli quelli dell’export di automotive puro, che trovano ragione nel fatto che se una pompa dell’acqua costruita a Lumezzane viene venduta a un’azienda tedesca o un cerchione fabbricato a Ghedi fornito da un’industria inglese che poi a loro volta esportano la macchina completa negli Usa, tutti i valori saltano.
Ricadute bresciane
Più interessante è il sentimento degli imprenditori bresciani. «Ho l’impressione che queste decisioni di Trump si presentino come temporanee per gli effetti immediati sull’economia statunitense stessa - dice uno di loro -, ma con la possibilità ci sia anche cambiamento di programma. Insomma un’azione tattica, non di lungo periodo dentro una più ampia strategia negoziale». Della serie: Trump toglie i dazi in cambio di cosa lo vedremo più avanti.
È quindi ancora presto per dire – con certezza – quanto attende l’automotive bresciano, con alcuni marchi che si sono già attrezzati innalzando impianti nell’Indiana (come ad esempio Omr), altri che ci stanno pensando ed altri ancora che stanno guardando alle aggregazioni, tenendo conto che l’Italia ha competenze di altissimo livello, con costi ancora competitivi e con un patrimonio che non può né esser svenduto, né lasciato andare.
Consumatori
Quanto ai rischi per il consumatore, le tariffe possono generare aumenti del prezzo dei veicoli del 12%, una volta collocati sul mercato gli stock in salone, anche se Trump ha fatto sapere alle case produttrici che se i prezzi aumenteranno ci saranno provvedimenti.
Quanto al comparto componentistica, a Brescia è strutturato con 250 imprese i cui ricavi sono oltre sei miliardi, generati da 18.000 addetti. La partita è ancora tutta da giocare.
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato

@Economia & Lavoro
Storie e notizie di aziende, startup, imprese, ma anche di lavoro e opportunità di impiego a Brescia e dintorni.