Il sassofonista Potter: «In Italia grande tradizione di musicisti jazz»

Secondo il New York Times, Chris Potter è «il sassofonista più autorevole della sua generazione» e Craig Taborn «uno dei migliori pianisti jazz viventi». Con un simile biglietto da visita, l’arrivo, domenica 6 aprile (alle 20.45 al Teatro delle Ali di Breno) del duo formato proprio dal sassofonista (e clarinettista) nato a Chicago nel 1971 e dal pianista di Minneapolis, classe 1970, è un evento da prendere in seria considerazione.
Anche perché si tratta di imprevedibili quanto immaginifici sperimentatori, che fanno affluire nelle strutture jazzistiche gli stimoli dell’elettronica, del rock, perfino della techno, quando serve.
Le rispettive carriere confermano la qualità: Potter ha suonato e inciso, tra gli altri, con Red Rodney, Paul Motian, Joe Lovano, Steve Wallow, Pat Metheny, John Patitucci, Dave Holland e gli Steely Dan. Taborn ha collaborato con James Carter, Roscoe Mitchell, Tim Berne, Dave Holland, Evan Parker, Lester Bowie, Steve Coleman.
Abbiamo intervistato Chris Potter.
Chris, con Taborn, suo amico di lungo corso, ha suonato in diversi ensemble. Da cosa nasce la decisione di cimentarvi in duo piano e sax?
Durante la pandemia abbiamo suonato un concerto in streaming come duo, e ci è sembrata una combinazione che valeva la pena esplorare ulteriormente. In formazione a due possiamo reagire molto rapidamente l’uno all’altro e anche cambiare direzione se lo desideriamo… La musica ci può portare in luoghi inaspettati e noi lasciamo che lo faccia, perché ci conosciamo bene e ci fidiamo del modo in cui suoniamo.
Ci descriva il suo sodale.
Craig è un grande musicista e una persona davvero unica, fonte continua di ispirazione. La sua curiosità verso tutte le forme di musica e verso la vita in generale lo rende un compagno di strada sorprendente, con lui ci sono sempre occasioni di apprendimento. Ha un modo straordinario di suonare il pianoforte, allo stesso tempo profondissimo e vastissimo.
Con chi vorrebbe suonare, con cui non l’ha mai fatto?
Mi sento molto fortunato per aver fatto musica e conosciuto tanti dei miei eroi, e per poter suonare regolarmente con alcuni dei migliori musicisti al mondo. Perciò sono più concentrato sul cercare di approfondire la mia concezione musicale all’interno delle numerose relazioni già formate. Ma sono anche interessato a conoscere ciò che fanno alcuni tra i musicisti più giovani, portatori inevitabilmente di una prospettiva musicale differente.
Chi erano i suoi idoli, quando ha iniziato a suonare?
Charlie Parker, Johnny Hodges, Sonny Rollins, John Coltrane, Wayne Shorter e molti altri. E lo sono ancora!
Enrico Pieranunzi e Antonio Faraò figurano tra le sue collaborazioni. Cosa pensa della scena jazz italiana?
Avete una lunga tradizione di eccellenti musicisti jazz. È difficile generalizzare per nazionalità, ma gli italiani hanno un forte senso del ritmo e un feeling decisamente blues nel loro modo di suonare.
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