Gianluca Simeoni: «Presentare Casanova per quello che veramente è»

Nasceva 300 anni fa a Venezia, esattamente il 2 aprile 1725 in calle della Commedia (oggi Malipiero), il seduttore più affascinante e celebre della storia: Giacomo Casanova. Ma davvero, e l’anniversario diventa occasione per riflettervi, il personaggio può continuare ad essere ingabbiato negli stereotipi del rocambolesco avventuriero e del libertino impenitente? O non si tratta, invece, di una visione limitata se non talvolta caricaturale? Intanto, Casanova fu un grande scrittore e poeta. Ne dà conto la sua autobiografia, un capolavoro della letteratura settecentesca.
«Alfabeto Casanova. Episodi della “Storia della mia vita” scelti, tradotti e commentati» (Mondadori) è una sorta di «dizionario tematico», che restituisce attraverso la voce dell’autore veneziano il sapore delle oltre quattromila pagine scritte in francese delle «Memorie», per avvicinare il lettore alla sua figura, ai travestimenti e alle sue coloritissime avventure, tra corti e bassifondi nell’Europa del 18esimo secolo.
Ne parliamo con Gianluca Simeoni, curatore del volume assieme ad Antonio Trampus.
Simeoni, qual è stata la genesi dell’opera?
«Alfabeto Casanova» nasce dal desiderio di voler presentare Giacomo Casanova per quello che veramente è, ma anche dalla volontà di spazzare via una volta per tutte il cliché stantio del seduttore, ormai superato anche grazie ai recenti studi che hanno portato alla luce il lato meno noto di Casanova: quello dello scrittore. Quindi, abbiamo deciso di scegliere e commentare alcuni brani dalle sue «Memorie», proponendoli in una nuova traduzione in modo da creare un percorso guidato da cui partire e conoscere finalmente Casanova dalla A alla Z.
In cosa consiste, allora, il suo contributo alla cultura e alla letteratura italiana?
L’obiettivo neppure troppo nascosto di Giacomo Casanova è sempre stato quello di affermarsi come scrittore. La sua carriera letteraria è folta e variegata. Inizia con la poesia, ma i risultati sono scarsi. Poi si misura con i romanzi che, in realtà, non sono altro che traduzioni di opere già edite da altri. Alla fine, capisce che il suo punto di forza è la sua vita e il modo in cui la racconta. Quando narra le sue avventure nei salotti di mezza Europa, come avviene per la sua fuga dai Piombi, catalizza l’attenzione di tutti.
La scelta naturale, quindi, è mettere su carta la sua autobiografia che lo ha consegnato all’immortalità. Non dobbiamo dimenticare però anche gli scritti cosiddetti «minori», ed è per questo motivo che è nato il Comitato per l’edizione nazionale delle sue opere, finanziato dal Ministero della Cultura.
Quanto c’è secondo lei di leggenda e quanto di realtà nell’immaginario di Casanova seduttore, avventuriero, addirittura agente segreto?
Purtroppo, Casanova paga lo scotto di un’immagine travisata e mistificata, diffusa da scelte editoriali che hanno indugiato sui passaggi scabrosi, invece di dedicare l’attenzione alle parti più rilevanti dal punto di vista storico. Ancora oggi, quando viene fatto il nome di Casanova, si pensa subito al seduttore, ma in realtà la parte dedicata alle avventure amorose è minima rispetto al totale della narrazione. «Alfabeto Casanova» vuole portare alla superficie proprio la parte rimasta colpevolmente in ombra fino a questo momento.
Emerge dal vostro lavoro qualcosa di inedito?
La nuova lettura nasce da una traduzione, che è figlia di uno studio ultra trentennale della figura di Casanova, arricchita da una conoscenza del contesto settecentesco indispensabile per restituire una visione corretta della sua autobiografia e del suo personaggio.
Trampus e io abbiamo portato alla luce una narrazione briosa e scoppiettante, decisamente inattesa, soprattutto nei passaggi più delicati, quelli erotici, dove la parte pruriginosa lascia il campo a una scrittura più meditata e distante dall’idea che finora il grande pubblico aveva di lui.
Se Casanova fosse vissuto ai giorni nostri…
Se Casanova fosse vissuto ai giorni nostri, semplicemente non sarebbe potuto esistere. Casanova era un uomo del suo tempo, con le sue contraddizioni e le sue idee, che amava i sensi in tutte le sue manifestazioni. Si sarebbe trovato a suo agio con la grande moda gastronomica che si è impadronita della nostra società multimediale, ma non sono d’accordo con chi ha voluto definirlo un «influencer» del ‘700. Piuttosto, mi piace immaginarlo come un personaggio «queer» ante litteram, un vero europeo, cosmopolita; un uomo che non amava i confini e i limiti, personali e sociali, che ha saputo scardinare ed esprimere il dissenso in una società chiusa.
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