Paolo Scheggi in mostra a Brescia: l’arte tra sacro e trascendenza

Una vita brevissima e bruciante, tesa all’Oltre e ordinata con la geometria. Dai cinque disegni inediti per la messa in scena dell’«Apocalisse» al riallestimento dell’opera-testamento «6profetiper6geometrie», dopo 21 anni. Nel mezzo, il tentativo di dare forma razionale a concetti trascendenti come la morte e il dolore, e la sintesi delle tele monocrome che lo consacrarono nel panorama della Pittura Oggetto e dell’Avanguardia spazialista degli anni ’60.
È un Paolo Scheggi inedito, quello raccontato dalla mostra «Paolo Scheggi. L’Apocalisse, la morte, il sacro» che al Museo Diocesano di Brescia svela l’intensa ricerca elaborata a partire dai testi sacri dall’artista italiano, scomparso il 26 giugno 1971 all’età di trent’anni. Con la curatela di Ilaria Bignotti, in collaborazione con l’Associazione Paolo Scheggi di Milano, il percorso permette di leggere l’iter spirituale dell’autore, a partire dall’infanzia a Settignano (Firenze) quando il padre, di educazione profondamente cattolica e legato alla Compagnia della Misericordia, lo avviò allo studio dei testi sacri che Scheggi, divenuto artista, declinò nel corso della sua indagine creativa.
«Mio papà è mancato nel 1971 - racconta la figlia Cosima -, quando io avevo solo un anno. Non ho memoria di lui, ma ho potuto conoscerlo attraverso il suo lavoro, i racconti di mia mamma, e il catalogo ragionato fatto con Ilaria. Era un uomo straordinario, cresciuto in una famiglia di artisti». Dopo gli studi, Scheggi inizia una ricerca di ardita sperimentazione che lo porta a superare rapidamente le istanze dell’Informale. «Ho conosciuto l’opera di Scheggi durante i miei studi universitari - racconta Bignotti - e sono rimasta colpita dalla storia della sua vita. In soli dieci anni valica l’Informale, arriva a Milano nel 1961, entra in contatto con Lucio Fontana che gli consiglia di essere umile, perché nel tempo siamo nulla. Poi mi trovo a curare una mostra dedicata a lui e lì incontro la moglie Franca, scomparsa nel 2020, con la quale c’è stata subito una grande intesa». «Li univa un grande amore e una grande affinità intellettiva - ricorda Cosima Scheggi -, mia madre lo ha seguito per tutta la vita e, dopo la sua morte, ne ha portato avanti la ricerca artistica. Con Ilaria ha avviato un importante lavoro di raccolta e archiviazione».
L’opera
Scheggi è riconosciuto tra gli esponenti della Pittura Oggetto, elaborando un personale linguaggio plastico-visuale che si estende poi a livello ambientale e prosegue, nell’ultima fase della sua ricerca, in direzione teatrale e performativa, con azioni urbane. «In questa mostra - chiarisce Bignotti - ci siamo concentrate sul momento più profondo della sua produzione, il senso del sacro e della spiritualità che sviluppa dalla fine degli anni Sessanta. È una ricerca che vuole avvicinare sempre più l’arte alla vita. Lui sapeva di dover morire, era affetto da una malformazione cardiaca e aveva urgenza di lasciare un segno della sua ricerca nella storia».
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Tra il 1970 e il 1971 Scheggi lavora alla stesura registica dell’«Apocalisse» in ambito teatrale e performativo: il Diocesano espone per la prima volta cinque grandi disegni progettuali dedicati al tema della processione funebre, con ispirazioni iconografiche dal libro di San Giovanni. In mostra anche la grande installazione scultorea «6profetiper6geometrie» (1971), in grado di racchiudere la ricerca sulla forma geometrica solida, sui materiali, la parola inscritta, la riflessione sull’oltre e sul trascendente. Completano il percorso le fotografie realizzate da Ugo Mulas e Ada Ardessi. Del fotografo bresciano la mostra accoglie dieci scatti che documentano l’azione urbana «Marcia funebre o della Geometria, processione secondo Paolo Scheggi» (1969), manifestazione a cura di Luciano Caramel. Culmine della mostra l’opera «Intersuperficie curva bianca» (1965), tre tele sovrapposte solcate in diversi punti da aperture organiche, un omaggio al suo maestro Lucio Fontana.
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
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