Strage piazza Loggia, la sentenza: 30 anni a Marco Toffaloni

Per i giudici è sua la mano che la mattina del 28 maggio 1974 ha infilato nel cestino di piazza della Loggia l’ordigno che ha provocato 8 morti e 102 feriti
Strage, 30 anni a Marco Toffaloni
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È di Marco Toffaloni. Per il tribunale dei minori è sua la mano che la mattina del 28 maggio 1974 ha infilato nel cestino di piazza della Loggia la bomba che ha provocato 8 morti e 102 feriti. Il neofascista veronese, 16enne all’epoca dei fatti e per questo giudicato dalla giustizia minorile anche se oggi di anni ne ha quasi 68, è stato condannato a 30 anni di carcere.

Quella letta in aula dal presidente Federico Allegri è una sentenza storica. Dopo le condanne all’ergastolo nel 2017 di Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte, ritenuti i mandanti dell’attentato, mai prima d’ora infatti la giustizia era riuscita ad individuare un esecutore materiale. In attesa dei prossimi gradi di giudizio e del suo passaggio in giudicato, la condanna rischia però di rimanere solo sulla carta.

  • Gli scatti dopo la sentenza di condanna a Marco Toffalloni
    Gli scatti dopo la sentenza di condanna a Marco Toffalloni - Foto Gabriele Strada/Neg © www.giornaledibrescia.it
  • Gli scatti dopo la sentenza di condanna a Marco Toffalloni
    Gli scatti dopo la sentenza di condanna a Marco Toffalloni - Foto Gabriele Strada/Neg © www.giornaledibrescia.it
  • Gli scatti dopo la sentenza di condanna a Marco Toffalloni
    Gli scatti dopo la sentenza di condanna a Marco Toffalloni - Foto Gabriele Strada/Neg © www.giornaledibrescia.it
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    Gli scatti dopo la sentenza di condanna a Marco Toffalloni - Foto Gabriele Strada/Neg © www.giornaledibrescia.it

Marco Toffaloni è da anni cittadino svizzero. Vive a Landquart nel cantone dei Grigioni. All’anagrafe risponde al nome di Franco Maria Muller. Gode di sussidi statali e della protezione che gli assicura il diritto elvetico. Richiesta di accompagnarlo coattivamente a Brescia per partecipare al processo, l’autorità giudiziaria svizzera ha negato non solo l’accompagnamento, ma anche l’eventuale estradizione. A differenza di quanto ritiene la giustizia italiana, per Berna il reato di strage è abbondantemente prescritto: Toffaloni non solo non doveva essere condannato, ma nemmeno processato.

Elementi di prova

In attesa di leggere le ragioni che hanno portato alla pronuncia della condanna sono da ricercare negli elementi di prova portati dai pm Silvio Bonfigli e Caty Bressanelli contro il neofascista veronese che all’epoca, nonostante la giovane età, era intimo dei capi indiscussi dell’estremismo nero veronese e frequentava i sancta sanctorum di Ordine Nuovo. A pesare potrebbero innanzitutto essere state le dichiarazioni fatte a partire dal 2010, intraprendendo un percorso di collaborazione con i magistrati bresciani, da Gianpaolo Stimamiglio.

L’ex esponente veronese del Centro Studi Ordine Nuovo disse in particolare di avere incontrato Toffaloni nel 1989 in un hotel a Peschiera del Garda gestito da un comune amico e di aver raccolto da lui la confidenza circa la sua presenza a Brescia il giorno della strage. «A Brescia gh’ero mì» avrebbe detto Toffaloni a Stimamiglio lasciandogli intendere di avere avuto un ruolo nell’attentato. A corroborare l’accusa anche la perizia antropometrica su una delle foto scattate in piazza subito dopo l’esplosione. Nell’immagine, che ritrae Arnaldo Trebeschi chino sul corpo dilaniato dalla bomba del fratello Alberto, spunta il volto che per i periti è senza dubbio di Marco Toffaloni.

Le dichiarazioni

Contro l’imputato inoltre le dichiarazioni di Ombretta Giacomazzi. La fidanzata dell’epoca di Silvio Ferrari, il giovane bresciano saltato in aria con la Vespa mentre trasportava un ordigno nove giorni prima della strage, disse di averlo visto più volte, anche nei quartieri generali dei servizi segreti deviati a Verona, ma pure a Brescia pochi giorni prima della morte del suo fidanzato. In quell’occasione, ha ricordato Giacomazzi anche in aula, Toffaloni se la prese con il suo ragazzo perché si era rifiutato di compiere un attentato pianificato da tempo.

I resti della Vespa su cui viaggiava Silvio Ferrari - © www.giornaledibrescia.it
I resti della Vespa su cui viaggiava Silvio Ferrari - © www.giornaledibrescia.it

A pesare infine potrebbero essere anche le dichiarazioni dei vicini di casa e di un’amica dell’epoca dell’imputato. I primi hanno confermato che il padre di Toffaloni confidò a loro la partecipazione del figlio alla strage di piazza Loggia. Mentre la seconda ha affermato a processo che l’imputato gli disse di essere scappato in Svizzera per sottrarsi all’accusa infondata di aver incendiato auto, quando in realtà avrebbe dovuto difendersi dall’accusa di avere fatto altro. Per i giudici quell’altro è aver prestato la sua mano alla strategia della tensione. Aver eseguito l’ordine dei grandi di Ordine Nuovo e piazzato la bomba in piazza Loggia.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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