La producer Salogni: «Preferite la comunità alla competizione»
«Sentitevi parte del cambiamento e preferite il concetto di comunità a quello di competizione. Abbiate fiducia nei vostri istinti creativi, anche quando sono di nicchia. E non cedete a compromessi che possano ledere la vostra identità: il successo quantificabile è una conseguenza, che arriva solo con la realizzazione più intimamente personale». È il memento che l’ingegnera del suono e producer Marta Salogni ha lasciato agli studenti della Laba al termine dell’incontro che ha aperto l’anno accademico 2025/2026.
L’ospite
Per il 25esimo anniversario la Libera Accademia di Belle Arti ha scelto un’ospite d’eccezione, approdata in via Don Vender direttamente da Londra dove da quindici anni vive, lavora e fa incetta di premi. Anche quest’anno, infatti, è candidata al titolo di miglior producer dell’anno, già conquistato nel 2022. Una a cui Dave Gahan dei Depeche Mode ha fatto pubblicamente i complimenti (per il lavoro sull’album «Memento Mori»), addirittura telefonandole per chiederle lo spelling corretto del cognome. Una che ha passato un mese in Islanda bazzicando con Björk (e mixando il suo disco) e che è tornata a collaborare con l’artista islandese per il suo docu-concert-film «Cornucopia», in uscita quest’anno.
Marta Salogni – sollecitata dalle domande del direttore Angelo Cioffi – ha ripercorso per gli studenti la sua carriera cominciata quando aveva solo 15 anni: «Nonostante studiassi al liceo classico sentivo questo istinto fortissimo per un mondo che sentivo mio. Ed ero decisa ad approfondire questo istinto. Ho trovato un mentore in Carlo Dall’Asta che il pomeriggio, dopo la scuola, si prestava ad insegnarmi il mestiere di fonico da palco al Magazzino 47. Quando ho visto il primo banco di mixaggio ho avuto una reazione viscerale ed è iniziata la mia relazione romantica col concetto di manipolazione sonora. Lì ho deciso che il mixer sarebbe stato il mio strumento».
Dopo la maturità la scelta di trasferirsi a Londra, nel 2010: «L’alternativa era studiare musicologia a Bologna, ma sentivo l’esigenza di fare qualcosa di più concreto, manuale. Così ho optato per un corso di nove mesi in Inghilterra, di cui ho spremuto fino all’ultima goccia. Le occasioni che ci sono concesse per dedicarci esclusivamente all’apprendimento sono rare e preziose e io sapevo di voler cogliere questa appieno» racconta.
Esperienza
«Dopo il diploma di ingegnera del suono non ho tentato il classico invio di mail agli studi di registrazione. Volevo distinguermi. Così ho scelto le dieci realtà che ritenevo più interessanti e ho bussato alla loro porta. Ho chiesto di preparare il tè e di poter ascoltare ciò che accadeva in sala, senza sventolare il mio diploma e le esperienze pregresse. Alla fine uno studio mi ha aperto uno spiraglio e io ho fatto di tutto per spalancare la porta, ad esempio chiedendo di poter utilizzare lo studio nei momenti in cui era libero, in cambio di ore di lavoro extra. Mi occupavo di piccoli progetti indipendenti ed è stato così che mi sono ritrovata a lavorare la prima volta con Dave Gahan. Dieci anni dopo mi hanno proposto di collaborare come ingegnera al loro disco, registrandolo da zero. Mi hanno dato la massima libertà e mi hanno coinvolta sia a livello creativo che nella scrittura, dandomi addirittura il credito di un pezzo. Si è costruito un bellissimo rapporto che prosegue tutt’ora».

Nel lungo incontro coi ragazzi Marta ha ripercorso alcune tappe salienti della sua vita, come quando ha ricevuto una mail dal manager di Björk con la richiesta di mixare due pezzi prova per l’artista, inseguendo le sue immaginifiche sollecitazioni per i brani «The Gate» («ricorda un caldo abbraccio») e «Arisen my Senses» («è come se un amico ti sussurrasse un segreto sotto i fuochi d’artificio»). «In questo lavoro è fondamentale la capacità di connettersi con l’artista o la band anche a livello concettuale. Il mio compito è tradurre l’idea attraverso la tecnica e la mia interpretazione deve essere il più fedele possibile alla visione iniziale dell’artista. Così ho fatto anche nel caso di Björk». Che poi ha deciso di affidare l’intero album nelle mani della bresciana, che è volata un mese in Islanda per lavorare insieme.
Psicogeografia
«Un altro concetto per me fondamentale è quello di psicogeografia. Il luogo in cui si nasce o ci si trova influisce in modo determinante sulla creatività. Anche nel caso di Björk, il paesaggio ha influito molto sulle decisioni di mixaggio. Più di recente – prosegue Marta – ho lavorato al disco di Westerman, un artista inglese che vive ad Atene. Gli ho chiesto cosa vedesse ad occhi chiusi quando si immaginava a registrare i pezzi. Mi ha risposto che vedeva il mare. E allora siamo finiti sull’isola di Ydra, dove non ci sono nemmeno le auto e sono serviti i muli per portare gli strumenti a destinazione. In quella casa dai pavimenti in marmo e dal soffitto in legno intarsiato, dove siamo stati costretti a registrare solo di notte per il caldo e il frinire delle cicale, ho trovato uno dei suoni più belli che abbia mai registrato».
Si definisce una «control freak» per quel bisogno di essere sempre preparata, ma in realtà sono la sua umiltà e la sua devozione all’atto creativo a spiccare: «Faccio di tutto perché le mie sessioni siano fluide, senza intoppi tecnici: privilegio sempre il flusso creativo, perché quando un’idea si perde è come un funerale». Dicono che abbia un talento raro e – cosa ancor più rara –che sappia ascoltare: «Molti si stupiscono, ma per me è scontato. Purtroppo troppe persone in posizioni di potere esercitano il loro ego in modo negativo. E invece in questo campo l’ego dovrebbe restare fuori dalla porta: il compito di un produttore è quello di elevare la visione creativa di tutte le persone coinvolte. Se mettessi in primo piano la mia visione in ogni disco farei un disservizio agli artisti e all’arte. Oltre al fatto che suonerebbero tutti uguali. E a quel punto sai che noia».
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