Cronaca

Il saluto del questore Spina alla città: «Mi sono sentito a casa»

«La sicurezza è soprattutto questione di fiducia: l’abbiamo sempre messa al primo posto, come valore collettivo»
Il questore Spina © www.giornaledibrescia.it
Il questore Spina © www.giornaledibrescia.it
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Alla fine, restano i volti. Quelli delle persone incontrate, ascoltate, protette. E poi restano i luoghi, certi silenzi prima e dopo le sirene, il peso delle decisioni prese in fretta, la ricerca costante di soluzioni condivise. Dopo 36 anni di servizio, di cui quasi tre a capo della Questura di Brescia, Eugenio Spina saluta la città e il suo incarico con la discrezione di chi ha attraversato il conflitto ogni giorno, senza mai perdere il senso dell’equilibrio. Oggi, nel suo ultimo giorno di servizio e per la prima volta senza il peso della funzione, il questore si racconta con la libertà di chi si prepara a chiudere un cerchio. E a cambiare vita.

Questore Eugenio Spina, lei sta per lasciare Brescia. Nelle ultime settimane si sono moltiplicate le manifestazioni di riconoscenza verso la sua persona e il servizio da lei svolto. Quale episodio – tra i tanti – porterà con sé come simbolo più autentico del suo mandato in questa provincia?

Se proprio devo indicarne uno solo, scelgo la «stanza d’ascolto» realizzata qui in Questura. Con l’intitolazione a Monia Delpero. È uno degli ultimi atti, direttamente collegato alla mia prima uscita pubblica come questore di Brescia. Era il 25 novembre del 2022: ero andato all’istituto Abba Ballini per relazionare sul provvedimento di ammonimento. Si parlava di violenza di genere e lì conobbi la signora Gigliola, mamma di Monia (la 19enne brutalmente uccisa la notte di Santa Lucia del 1989 dall’ex fidanzato, ndr). L’incontro con i ragazzi era inserito nel progetto della polizia denominato «La forza delle parole». E quelle che pronunciò mamma Gigliola non le ho mai dimenticate. Ci siamo reincontrati più volte e nel febbraio scorso, all’inaugurazione della stanza protetta destinata ad accogliere le vittime di violenza, l’ho voluta qui con noi, nel nome di sua figlia Monia.

C’è un momento in cui ha sentito di aver davvero fatto la differenza, non solo come questore, ma anche come uomo?

Sinceramente fatico a vedermi diviso dal ruolo che mi ha assorbito per tanti anni. Più che un momento particolare, c’è una sola convinzione: per raggiungere obiettivi e risultati è sempre necessario lavorare assieme agli altri. Vale qui dentro, con i miei collaboratori, ma pure all’esterno, con le altre forze di polizia e le istituzioni: penso a carabinieri e Finanza ma anche al prefetto Polichetti, alla sindaca di Brescia e ai rappresentanti della grande provincia bresciana. Da soli non si va da nessuna parte.

E lei? Si è mai sentito solo? O ha trovato alleanze inaspettate?

Solo, mai. Ho condiviso ogni azione, ogni decisione, con i miei collaboratori, fiero di poter contare su un patrimonio umano e professionale incredibile. E le connessioni con l’esterno sono state costanti, così come l’impegno a mantenere l’equilibrio anche nei momenti più tesi. Più che un dono, è stato un esercizio: i 27 anni di servizio nell’Antiterrorismo evidentemente mi hanno dato quegli anticorpi necessari per mantenere la calma anche nei momenti di massima tensione. Quanto alle alleanze, nessuna inaspettata e tutte figlie di relazioni sincere costruite giorno dopo giorno. Con chicchessia: dalle associazioni di categoria ai sindacati. E poi le altre forze di polizia: abbiamo fatto sistema davvero, ci tengo a ripeterlo. Faccio un esempio: disordini Brescia-Cosenza. C’era necessità di dare una risposta alla città, a prescindere dall’azione penale che poi avrebbe fatto il suo corso con i suoi tempi. Ci siamo messi insieme, tre uffici di Corpi diversi. Abbiamo lavorato sodo per sanzionare i violenti ed emettere subito provvedimenti daspo: ne abbiamo fatti 101. Per un solo ufficio, sarebbe stato impossibile. E tutte le operazioni investigative di successo le abbiamo fatte insieme a carabinieri, Finanza, polizie locali. Non è una frase fatta. E i risultati si sono visti, nelle statistiche ma anche nella prevenzione.

Il questore Spina durante un incontro in Cattolica © www.giornaledibrescia.it
Il questore Spina durante un incontro in Cattolica © www.giornaledibrescia.it

A proposito di statistiche: i dati sulla sicurezza migliorano ma la percezione di insicurezza cresce, come se lo spiega? Pensa che la sicurezza sia più una questione di numeri o di fiducia?

È soprattutto una questione di fiducia. E la fiducia non la crea soltanto la pattuglia che passa, ma piuttosto il clima che c’è attorno. Il motto della polizia è «esserci sempre» che non significa essere ovunque, perché è fisicamente impossibile. Si tratta invece di mettere la sicurezza al primo posto, come valore collettivo. E lo devono fare anche i cittadini con ad esempio il controllo di vicinato. C’è anche un problema di narrativa: i giornali raccontano quello che avviene, giorno dopo giorno. Può esserci una rapina oggi e una dopodomani, un’altra fra una settimana. E quando poi, magari a distanza di mesi, si chiude il cerchio investigativo che porta all’arresto dei componenti di una banda responsabile di decine di rapine, la notizia si spegne il giorno stesso. È difficile dare la dimensione del lavoro svolto.

Scelga un messaggio da rivolgere direttamente ai cittadini...

Abbiate fiducia nelle forze di polizia, in tutte. E per piacere, chiamateci prima di filmare: appena qualcosa vi insospettisce, fate subito il 112. Filmerete dopo, mentre ci aspettate. Fateci arrivare in tempo per la flagranza di reato. E poi, la repressione si misura con i dati, ma c’è anche la prevenzione: spesso invisibile e difficilmente misurabile.

Qual è secondo lei il successo silenzioso più importante ottenuto in questi tre anni?

Prevenzione significa tante cose. Cominciamo con l’ordine pubblico, la materia più strana che ci possa essere: quando in occasione di manifestazioni non abbiamo disordini vuol dire che la macchina della prevenzione è stata perfetta. Dietro ogni caso c’è un lavoro enorme di composizione di sensibilità diverse. E una sola stella polare: il diritto a manifestare garantito dalla nostra Costituzione. Per tutti. Anche per quelli che magari ci piacciono poco. Se lo fanno nella legalità, ne hanno pieno diritto. Penso agli antagonisti che ieri hanno manifestato contro il ministro Antonio Tajani in visita all’Università di Brescia: manifestazione legittima, con degenerazioni impedite grazie agli uomini della Digos. Oppure a dicembre, quando i gruppi di estrema destra sfilarono in città: mi era stato chiesto di impedirlo. Lo ripeto: era mio dovere lasciarli fare. Certo, vigilando sulla legalità dei comportamenti. Lo dico da questore, ma anche da figlio di ex internato. L’antifascismo non è mai stato messo in discussione, ma neppure la Costituzione. E poi c’è la prevenzione che fa rima con formazione, quando andiamo nelle scuole con colloqui, seminari e spettacoli teatrali per affrontare le tematiche che ci stanno particolarmente a cuore, dalla violenza di genere al cyberbullismo. Possiamo dire che il nostro sovrintendente Domenico Geracitano ha davvero fatto scuola.

Qual è il pericolo più urgente per le nuove generazioni?

Indubbiamente dopo il Covid molte cose sono cambiate, direi peggiorate. A Brescia come nell’intero Paese. È aumentata l’attività anche delittuosa da parte di gruppi di giovani. Siamo riusciti ad individuare i responsabili di alcune risse, di alcune rapine. Vengono chiamate baby gang, anche se sono poco baby e poco gang, intese come gruppi strutturati. Si tratta di giovani che si ritrovano anche occasionalmente e che insieme danno sfogo ad un disagio crescente. Anche qui: ogni risultato investigativo è stato raggiunto grazie ad un lavoro congiunto tra forze di polizia. Ma un provvedimento giudiziario non risolve il problema sociale: parliamo di stranieri di seconda generazione o di italiani con disagio crescente, spesso riflessi di fragilità adulte. E qui si apre un altro problema, quello dei ragazzi che scambiano il virtuale con il reale, che vivono dentro il loro smartphone e non hanno nessuno che dice loro qualche salutare «no». E c’è un altro fronte che vede Brescia molto esposta, quello dei minori non accompagnati. Un problema nel problema.

Dopo 36 anni in prima linea, come si costruisce una vita che non preveda più la divisa ogni mattina?

Si ricostruisce assieme a chi ti è stato accanto per tanti anni e che, pur condividendo lo stesso lavoro, tempo fa fece un passo indietro accontentandosi di un ruolo meno operativo. Qualcuno doveva pur seguire le nostre figlie... A mia moglie devo molto: è tempo di recuperare un po’ di cose che abbiamo lasciato in sospeso. Da pensionati sarà più facile.

Qual è il luogo di Brescia che le ha parlato di più, e che pensa non dimenticherà mai?

Sono tanti: luoghi e volti. Uno su tutti, la stele di piazza Loggia. E non solo perché ancora prima di venire a Brescia mi ero occupato delle indagini che hanno portato al doppio ergastolo per Tramonti e Maggi. La stele è stato il primo monumento che ho visitato, appena insediato, con prefetto e sindaco di allora. Lì ho conosciuto Manlio Milani e il suo impegno per la memoria. Da lì partono le 441 formelle dei caduti per mano del terrorismo di destra e di sinistra. Ho capito subito che a Brescia mi sarei sentito a casa.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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